Nello spazio

“Apollo 10 a Terra. Mi ricevi? Passo.
Silenzio. Pare di no.
Ciao, sono Michele Riffi. Età 13 anni, altezza 1 metro e 60 centimetri. Inviato nello spazio per errore, al posto di un quarantenne americano.
E sto parlando da solo.
Beh, in teoria, dovrebbe esserci qualcuno, in centrale, pronto a rispondermi. Ma non c’è nessuno.
Forse il responsabile di turno è andato a prendersi un caffè o a sgranocchiare un pacchetto di patatine.
Mi pare quasi di vederlo, il responsabile, in piedi davanti al distributore automatico a inserire le monetine. Mentre io, a 13 anni, vengo mandato nello spazio. Solo, a parlare ad un impiegato che non c’è.
Devo avere l’aria un po’ ridicola. Nello spazio, a parlare da solo… è quasi incredibile.
Ma non posso neanche stare zitto. Insomma, voglio dire, fino a ieri ero convinto che il mio piccolo paesino di campagna fosse il mondo; e la grande e pericolosa Roma mi sembrava enorme.
Adesso invece, sono stato spedito nello spazio; e vedo la Terra diventare sempre più piccola, come se volesse scomparire, inghiottita dal nulla che mi circonda.
Lo spazio è buio. Un buio senza fine, che sembra voler inghiottire anche me.
Ho paura. Molta paura.
Non c’è altro che buio e silenzio, silenzio e buio.
Mi sento solo. Terribilmente solo. Ho bisogno di parlare, anche se nessuno mi ascolta. Così, tanto per essere sicuro di essere ancora vivo.

Non ho mai avuto paura della Luna.
Di notte, illuminava tutto il paesino, e la sua era una presenza confortante.
Ora non più. Mentre la Terra si allontana, vedo la Luna diventare sempre più grande, grande, grande…
Ho paura. Molta paura.
Non c’è altro che buio e silenzio, silenzio e buio. E la Luna, che diventa sempre più grande.
Come si misura il tempo nello spazio? Da quanto tempo sono qui? Quanto tempo dovrò restarci? Tra quanto tempo andrò a sbattere? Perché so bene che andrò a sbattere. Forse non sulla Luna, ma qualcosa mi dice che non tornerò vivo da questa gita.
Sto attraversando un campo di meteoriti. Non era previsto nel tragitto, nessuna voce metallica ha annunciato che avremmo attraversato una lieve turbolenza, rompendo il silenzio che cerco di colmare con la mia debole voce. E io non so guidare quest’arnese. Non posso invertire la rotta e fare ritorno a quel puntino che ormai la Terra è diventata.

Fermi tutti. Ma se la Terra è solo un puntino nell’Universo, io cosa sono?
Niente. Solo un’unità nel numero di abitanti di quel puntino. Meno di niente.
Come me, ce ne sono miliardi.
Siamo tanti piccoli Niente, che uniti fanno un 1. Che uniti formano numeri sempre più grandi, che formano l’immensità che è l’Universo.
E’ così che funziona. Se io cado, che importanza può avere? Chiunque altro potrà sostituirmi.
Questo è l’Universo. Un insieme di piccole cose che, da sole, sono insignificanti; unite, formano qualcosa di grande.
Non tornerò indietro, ma non importa. L’Universo è immenso; da qualche parte, ci sarà pur qualcuno in grado di sostituirmi.”

E infatti Michele non tornò.
In seguito fu scoperto che la radio della base aereospaziale era rotta, per questo nessuno lo aveva sentito o aveva potuto aiutarlo. Si dice che in realtà nessuno sapesse della sua presenza sull’astronave. E mai l’avrebbero saputo se non fosse perché le sue parole siano state in qualche modo registrate dall’apparecchio che, appena rimesso in funzione, le ha recitate fedelmente.

Ora, a proposito di Michele, va detto che il ragazzo si era recato alla base dalla quale doveva essere spedito l’Apollo 10 per una gita scolastica con il suo orfanotrofio. Per poi sparire dalla vista degli insegnanti e finire, ci è ignoto come, prima sulla navicella, poi nello spazio.
E pensare che gli insegnanti ce l’avevano proprio sotto il naso! Quella stessa astronave che i bambini salutavano con la mano, trasportava Michele.
Così vicino, eppure così lontano.
Così semplice, eppure impossibile.
Così vero, eppure falso.

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