Celeste & Celestino – Capitolo 1: Il ballo in maschera

La maschera giaceva sul grande tavolo di cristallo. Cinque dita guantate si avvicinarono per accarezzarne il manico sottile e lo sollevarono. Posarono la maschera su un naso, la accostarono a un viso. E il viso si mosse per raggiungere lo specchio. Per scrutare il mondo al di là di esso. Per sorridere al viso che gli sorrideva. La maschera vide che una figura era in piedi dietro, dentro, oltre lo specchio; una ragazza. E vide che la ragazza dello specchio aveva una maschera, una bellissima maschera. Una maschera di nera notte con ricamate rosse rose intrecciate e fragili foglie di bianco merletto. La maschera sospirò nel vedere tanta bellezza e desiderò essere anche lei così. La ragazza nello specchio aveva grandi occhi azzurri che la bella maschera allungava, occhi di lapislazzuli che brillavano come aveva sentito dire brillassero le stelle. La maschera avrebbe tanto voluto vederle, la fanciulla doveva averne viste tante che alcune le erano entrate negli occhi. Sorrideva, e questo la rendeva bella perché bello era ciò che i suoi occhi sorridenti vedevano.

La maschera guardò negli occhi della ragazza oltre lo specchio. Quegli occhi vedevano l’altra fanciulla, quella che, al di qua dello specchio, la teneva ancora delicatamente accostata al viso. E vedevano lei. Vedevano lei e la fanciulla, e sorridevano. La fanciulla sotto la maschera sorrideva, doveva essere bella. La maschera sorrise, ed era bella anche lei.

La fanciulla si allontanò dallo specchio, mentre anche l’altra ragazza si congedava. Posò la maschera sul letto e iniziò ad allacciare il corsetto di un vestito bianco decorato con intrecci rossi come coralli e una gonna talmente leggera e drappeggiata da sembrare una nuvola. La maschera la vide indossare un soprabito di lino nero a maniche lunghe con ricami rossi che richiamavano quelli sul vestito. Sulle spalle ricadevano capelli neri non intrecciati e più corti della norma; al collo non era posto che un pendente color del cielo. La maschera gioì per quella compagna così semplice ed esagerata e ascoltò cosa avesse da raccontare:

Messer Chigi aveva fatto chiamare a Roma Oreste, l’artista, perché decorasse la basilica ormai antica dedicata a San Clemente in stile adatto ai tempi e alle nuove mode barocche della Chiesa dopo la Riforma protestante. Così, Oreste era venuto e aveva portato la sorellina e aveva portato la figlia. E aveva portato la moglie e aveva portato le amiche e gli amici della figlia. E aveva portato lei.

Celeste era una giovane fanciulla figlia di mercanti. Era entrata nella vita dell’artista come amica della sorella prima e della figlia Gisella poi, avendo entrambe all’incirca la sua età. Da subito Celeste aveva manifestato interesse per la pittura e Oreste, seppur con reticenza, aveva iniziato a mostrarle il suo lavoro che la fanciulla aveva saputo apprezzare e comprendere come nessuno e con grande entusiasmo. Nel vederla così appassionata per l’arte del decorare e dipingere, l’uomo aveva accettato bonariamente di prenderla sotto la propria ala per mostrarle come la vita di un pittore andasse avanti. Temporaneamente.

Ad oggi, Celeste era diventata la sua apprendista. Ed era proprio in veste di apprendista che la fanciulla era potuta venire a Roma. Avrebbe osservato la basilica e i disegni del maestro. Lui voleva la sua opinione prima dell’inizio dei lavori. Perché Celeste era brava, era brava davvero. Riusciva a cogliere in ogni dipinto, mosaico o scultura quel particolare che lo rendeva unico. Aveva quell’intuito che le permetteva di tirare fuori il meglio di ogni cosa e che le avrebbe permesso, il maestro diceva, di trovare il modo di unire in armonia il nuovo stile barocco alle vestigi dell’antica basilica. E nessuno avrebbe contestato la sua inesperienza di giovane donna, nessuno avrebbe trovato strano che partecipasse al progetto per la basilica. “Dovrai solo vestirti da uomo”, aveva detto Oreste.

Per quanto un simile pensiero potesse essere per altre inconcepibile, Celeste era stata ben felice di poter togliere almeno per qualche tempo grembiuli e sottane. Voleva poter vedere il mondo con altri occhi, vedere le cose come le vedevano gli uomini. Era per lei un’altra occasione per imparare qualcosa di nuovo, per specializzarsi nella sua arte: l’arte di vedere le cose e al di là di esse. E poi come maschio poteva anche essere carina.

Celeste non era particolarmente bella. Aveva due occhi che potevano aver rubato al firmamento il suo splendore, questo sì. Però aveva un naso troppo lungo per una signorina ed era decisamente troppo magra e pallida e alta. Riparava questi difetti con un sorriso dolce che la illuminava dalla testa ai piedi, ma Oreste usava dire scherzoso che l’eccesso e l’esuberanza erano sue caratteristiche e che il naso troppo lungo, la magrezza, il pallore e l’altezza eccessivi andavano di pari passo con il suo troppo talento. Ed era giusto così.

Per la basilica non gironzolava dunque solo un bel giovanotto, ma un ragazzo vestito interamente di azzurro, con i capelli neri lunghi fino alle spalle sempre raccolti sulla nuca, lunghe scarpe a punta e che non teneva ferme un attimo le mani. Ma era l’apprendista del maestro Oreste, e nessuno diceva niente. E Celeste, divenuta Celestino soprattutto per i vestiti, con i capelli tagliati e i pantaloni misurava, osservava, disegnava e soprattutto esplorava la basilica. Ogni sera, riprese le sue sembianze e dopo aver discusso con Oreste del progetto per decorare la chiesa, la fanciulla raccontava a Gisella e i suoi amici di ciò che aveva scoperto a San Clemente con gli occhi che brillavano. Una sera, arrivò ancora vestita da Celestino per la fretta, con sommo orrore della sorella del maestro.

Nella segretezza della sua stanza, la fanciulla raccontò a Gisella e i suoi amici ciò che aveva scoperto quella mattina alla basilica, oltre la trama perfetta per la decorazione del tetto. Avevano la possibilità di partecipare al loro primo ballo.

Nei giorni seguenti, mentre Celestino metteva a punto gli ultimi dettagli della decorazione della chiesa decretando che sì, il tetto andava rifatto, mentre potevano mantenere le antiche absidi; Gisella si era fatta un dovere di invitare tutti i giovani di Roma al ballo, che la sorella di Oreste aveva voluto in maschera e di cui il maestro non sapeva nulla. Celestino non era stato invitato, Celeste sì.

Ognuno aveva l’obbligo di non mostrare il proprio costume ad anima viva fino all’inizio del ballo, cosicché non si potesse capire chi si nascondesse dietro ogni maschera. L’idea era di permettere a Celeste di poter smettere per una sera di fingersi Celestino. Ognuno poteva essere chi desiderava, e loro avevano deciso di non essere nessuno, in modo di poter essere loro stessi senza pregiudizi legati alla loro identità. Per poter essere se stessi, a volte bisogna smettere di esserlo.

La maschera osservò il risultato. A pochi passi da lei sorrideva da sola una fanciulla dai capelli corti, con un vestito tanto bello quanto insolito e una bellissima storia da portare con sé. La maschera sorrise. La fanciulla la prese tra le dita e divenne nessuno. La maschera iniziò a vedere attraverso i suoi occhi mentre Celeste apriva piano la porta della propria stanza e usciva di casa a passo felpato. Oreste e la moglie dormivano tranquilli, e altrettanto tranquillamente la giovane apprendista si dirigeva verso la basilica. Per mantenere la segretezza più assoluta, si era deciso di lasciare l’abitazione uno alla volta e di incontrarsi tutti sul luogo del ballo. Celeste entrò nella basilica.

Aveva scoperto quella che oggi sarebbe stata la loro sala da ballo mentre girava per queste stesse sale in cerca di un’idea per il pavimento della basilica. Aveva scoperto, nascosto da un affresco, l’accesso per un livello sotterraneo, risalente forse all’antica Roma, che non era stato chiuso quando la chiesa attuale vi era stata costruita sopra. Percorrendo i cunicoli e le sale del sotterraneo, la fanciulla aveva subito pensato a un ballo. Aveva immaginato i colori, le torce e lo scintillio dei gioielli sotto quei soffitti a botte di mattoncini. E quella sera, sotto la basilica, la vecchie fondamenta romane avrebbero ripreso vita.

La maschera sentì le luci prima ancora di vederle. Sentì i colori e l’allegria, sentì il fruscio dei costumi e il parlare fitto delle maschere. Scese gli ultimi gradini ed entrò nella luce della grande sala addobbata a festa. Le maschere si voltarono e la salutarono, maschere che non riconosceva e che non potevano riconoscere lei. Una le si avvicinò e le tese la mano mentre la musica cominciava a riempire l’ambiente. Sorrise.

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