Celeste & Celestino – Capitolo 2: Rosso e verde

Celeste, giovane appassionata d’arte nell’Italia del barocco, riesce a entrare a servizio del grande maestro Oreste come apprendista; e quando questi viene chiamato a Roma per un lavoro di ristrutturazione barocca della vecchia basilica di San Clemente, Celeste deve vestirsi da uomo per continuare ad aiutarlo nel nuovo progetto senza suscitare scandali. È così che Celestino di notte diventa Celeste. Intanto nelle viscere della Basilica, le figlie di Oreste organizzano balli di maschere, dove ognuno può essere se stesso. (Per la prima puntata, cliccare qui; per vedere l’elenco completo, aprire la pagina Celeste & Celestino dal menu).

 

Il tetto andava rifatto. Molto bene, ma come?

Celestino girava per la città, in cerca di ispirazione. La gente si girava a guardare al passaggio del giovane mingherlino vestito di azzurro; ma Celestino  continuava a girare per i viottoli, il naso lungo e appuntito rivolto verso il cielo, andando dove lo portavano i piedi negli stivali lunghi e a punta. C’è un’altra Roma per chi guarda in sù. Una Roma più vicina al cielo, una città di stucchi e balconi e disegni; una città di nidi di tortora. E forse solo gli uccelli possono vederla così. La Roma dei tetti, lontana da qui.

Entrava in quel momento in una via più ampia, assediata da botteghe da ogni lato. Una ragazza veniva a passo svelto dall’altro capo della strada. Erano i primi giorni d’inverno, e tra le strade gridava un vento freddo che graffiava le gote dei cittadini. La giovane aveva girato l’angolo dal negozio di fiori e affrettava la camminata come sperasse sfuggire al freddo che la raggiungeva attraverso la pelliccia che stringeva sulle spalle.

Celeste abbassò lo sguardo per osservarla. Ora che era più vicina, iniziava a scorgere il suo volto. Aveva la pelle diafana di chi lavora al chiuso e vive lontano dai raggi del sole; ma il viso era pieno e roseo come un viso doveva essere e il suo non era mai stato. Aveva due occhi, come tutti. Due occhi verdi. Troppo verdi e brillanti. Il freddo tagliente le aveva arrossato il viso e reso gli occhi ancor più lucidi e brillanti. Proprio in quel momento la fanciulla le passò accanto.

«Sono colori complementari». Lo disse senza neanche rendersene conto, con la facilità con cui avrebbe potuto pensarlo. Solo che invece di pensarlo, lo disse. La ragazza si fermò a gardarla. O meglio, si fermò a guardare il giovane vestito d’azzurro e il volto pallido. Celeste lo osservò a sua volta abbassando lo sguardo. Sono in veste di Celestino, non posso parlare apertamente a una fanciulla come farebbe Celeste! Primo perché è innaturale, secondo perché metto in gioco la reputazione di Oreste, terzo perché rischio di essere smascherata. A quest’ultima affermazione, una qualche molla del suo cervello saltò, trasportandola lontano dalla fanciulla verde e rossa, lontana dalla via illuminata, lontana dal freddo di quella giornata ventosa.

Non più tardi della sera prima, Celeste indossava una maschera, una bella maschera rossa, bianca e nera. Non più tardi della sera prima, Celeste aveva negli occhi tutte le stelle del cielo. Non più tardi della sera prima, Celeste volteggiava nelle fondamenta di mattoni della basilica. Il suo primo ballo.

Sapeva che la musica quella sera aveva dato la mano anche a Gisella, la figlia del maestro; e Natalia, la sorella; e i loro amici con cui divideva i pasti; ma non aveva riconosciuto nessuno.

La sera prima, Celeste aveva ballato con una maschera, aveva ballato con la musica, aveva ballato con le mura di mattoncini, con le luci, con i sorrisi. E tutta questa energia, questa allegria, questo splendore voleva ritrovare nella nuova basilica. Quella sera, aveva promesso che Celestino avrebbe trovato la giusta ispirazione. Quella mattina, Celestino era nei guai.

«Cosa?»

Due occhi brillanti lo guardavano curiosi: «Cosa sono i colori complementari?»

Celestino sorrise. «Il rosso e il verde», disse indicando il suo viso con un movimento del capo, «il blu e l’arancio», continuò rivolgendosi con un ampio gesto del braccio al cielo azzurro albeggiante spruzzato di nuvole arancioni sotto il sole, «il viola e il giallo» e le indicò le viole selvatiche e le bocche di leone che erano cresciute sul muro della casa d’angolo. «Complementari sono i colori primari che insieme brillano.» La fanciulla lo guardava divertita. D’improvviso ebbe un lampo di genio:

«Come vi chiamate?» come precauzione il “voi” era il minimo.

«Ingrid» rispose lei.

«Ingrid, vi prego, recatevi alla casa del maestro Oreste, cercate Gisella e ditele che vi manda Celeste. È molto importante.» disse in fretta. Tra poco devo essere alla basilica, il tempo stringe. Ingrid parve molto confusa:

«Celeste? Ma chi…» Cielo! Ho sbagliato nome! «È… euh… mia sorella.» Non c’è tempo per le spiegazioni. Iniziò a fare la via a ritroso mentre le gridava:

«Vi prego, è molto urgente, Gisella vi spiegherà tutto.» Dopo di che girò l’angolo e sparì.

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