Un hacker color corallo: 1a puntata

Il cellulare cercava disperatamente di attirare la sua attenzione gridando il ritornello di Hotel California con le voci degli Eagles prese in prestito per massacrarle i timpani e vibrando come impazzito, agitando pericolosamente il succo di more che aveva svegliato di soprassalto dal suo riposo nel bicchiere di vetro lì accanto. Laetishia si sporse verso il treppiedi di legno sintetico dove succo e telefono erano impegnati ad insultarsi senza staccare gli occhi dal computer sul quale smanettava furiosamente. Lasciava così libera la visuale sullo schermo del portatile metallizzato che annunciava a caratteri cubitali: “SCOPRI SE IL TUO ACCOUNT È STATO HACKERATO IN UN CLICK”. La frase era in italiano solo per metà e terribilmente sgrammaticata, leggerla era un dolore fisico per una purista dell’italiano come Laetishia; ma l’applicazione serviva al suo scopo. Tempo che la ragazza rifiutasse la chiamata — la terza quel giorno — di Simone, e riflesse sui suoi occhiali da lavoro si leggevano le parole: “L’ACCOUNT raperonzolo@loretavas.com NON È STATO HACKERATO”. Sorrise. Proteggeva la sua vita privata in rete in maniera quasi ossessiva; e poi, chi — e perché — mai potrebbe ‘hackerare’ una diciassettenne dalla vita piatta e anonima come la sua?

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“ACCESSO A banca di roma ESEGUITO”. Sorrise. Facile. Fin troppo facile. Sospirò in modo plateale mentre si sbilanciava per far compiere alla sua sedia girevole una rotazione su sé stessa e tornare con gli occhi davanti al Mac.
Da quando aveva scoperto il mondo del digitale, il giovane Sam412 era stato il flagello dei navigatori italiani in rete. Non che avesse mai rubato niente a nessuno, si divertiva solo a infiltrarsi nella privacy di organizzazioni e personaggi pubblici e diffondere dettagli imbarazzanti sul net. Aveva appena ottenuto l’accesso all’ultima banca italiana di sua conoscenza. Negli ultimi anni aveva hackerato imprese di ogni genere, attori e i politicanti di turno. Ormai la cosa gli riusciva facile, e il suo insano e smisurato spirito di competizione — lo stesso che lo aveva spinto a specializzarsi nelle competenze digitali che usava per vincere le competenze altrui — lo spingeva a cercare nuove sfide.
Lanciò una ricerca sui siti antimalvare di sua conoscenza per vedere chi fosse collegato. Molti dei siti li aveva creati lui stesso, ma finora non gli avevano dato grandi soddisfazioni. Voleva hackerare chi non voleva essere hackerato. Forse perché significava che gli utenti avevano qualcosa da nascondere, o forse perché lo divertiva dimostrare di essere migliore, migliore di loro.
Una dozzina di utenti erano in questo momento connessi ai vari siti. Digitò una serie di tasti e sullo schermo apparve una tabella: quante volte e con che risultati gli account connessi avevano consultato i vari siti. Sui dodici, solo tre non erano mai stati hackerati. Otto in tutto consultavano spesso il sito cui erano collegati. Sei di loro in maniera ossessiva. Si apprestava ad aprire un software che tirasse a sorte la sua vittima quando notò qualcosa di strano. Un account sembrava essere presente in tutti i siti. Fece scorrere la cronologia. Sorrise malevolo. L’account raperonzolo@loretavas.com si era connesso quasi ogni giorno a almeno tre siti antimalvare su sette.

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Il ruggito dell’asciugacapelli copriva lo strepitare del cellulare. Ancora. Il succo di more impazzito versò qualche goccia sul treppiedi. Laetishia allungò la mano stizzita verso il metallico responsabile di quel trambusto e rispose attivando il vivavoce:
«Simone, cosa vuoi?» gridò senza spegnere il ruggente amico dal fiato bollente. Non era sicura che lui potesse sentirla, ma questo — si rese conto — permetteva anche a lei di fingere di non sentirlo parlare. «Ci vediamo a cena tra due ore per parlarne, cosa ti impedisce in quel mentre di lasciarmi in pace?»
«Non so chi sia Simone,» rispose una voce sconosciuta «ma non vorrei essere al suo posto.» ridacchiò.
Laetishia smise di parlare nel momento esatto in cui si accorse che la voce — palesemente non quella di Simone — le era ignota. Approfittò del suo sproloquio per afferrare il telefono e digitare rapida sullo schermo delle impostazioni. Mise a tacere l’asciugacapelli mentre lo sconosciuto diceva: «Chissà cosa costringerà il povero Simone ad andare a cena con un’isterica inviperita.» ridacchiò nuovamente. O forse interiormente non aveva mai smesso di farlo visto il tono di voce con cui aveva calcato il nome del suo spasimante.
«Chi sei?» chiese guardinga. Lo sconosciuto rimase in silenzio un secondo di troppo. Laetishia lo immaginò con soddisfazione a bocca aperta.
«Hai impostato un filtro per modificare la voce.» Non era una domanda. Ora giochiamo ad armi pari, si disse lei con un mezzo sorriso. Ne aveva avuto l’impressione fin da subito, ma ora che il ruggito dell’asciugacapelli si era spento; poteva sentire chiaramente che il suo interlocutore utilizzava un’applicazione per distorcere il suono della sua voce. Le sarebbe stato impossibile riconoscerlo.
«Non hai risposto.» gli fece notare. Sentì un’imprecazione indistinta arrivare dall’altro lato della comunicazione.
«Sei più in gamba di quanto sembri;» udì poi in una sorta di ringhio, ma lo sconosciuto non sembrava realmente irritato «non riesco ad aggirare il tuo filtro vocale senza attivarne un altro. Ma ho ancora il tuo saluto non schermato a Simone.» riprese dopo una breve pausa con tono canzonatorio e allungando molto più del dovuto la ‘o’ di Simone. Laetishia si lasciò andare a una risata di scherno.
«Mi credi così inesperta? L’inquinamento acustico causato da Mufasaa è irregolare e non può perciò essere ripulito.»
«Mufasaa?» chiese confuso. Ma ha ascoltato solo questo?
«L’asciugacapelli.» rispose quasi divertita prima di ricordare che quella conversazione non era sicura e riagganciare. Subito bloccò il numero. Restò a fissare lo schermo per qualche secondo prima di scuotersi e realizzare che i suoi capelli erano ancora bagnati.
Riprese ad asciugarli chiedendosi come lo strano ragazzo — anche se filtrata, la sua non le sembrava la voce di un vecchio — avesse ottenuto il suo numero. Non le sembrava proprio il tipo che ha sbagliato numero. ‘Sei più furba di quanto sembri’, aveva detto. Non è esattamente ciò che si dice quando si ha sbagliato numero.
In quel mentre, Simone — quello vero — chiamò. Laetishia non gli prestò attenzione e, con uno strano presentimento, accese invece il computer, canticchiando la canzone assieme al suo cellulare:
… Some dance to remember,
Some dance to forget.
And still those voices are calling from far away.
Wake you up in the middle of the night
Just to hear them say…
Sullo schermo del portatile apparve in quel momento un messaggio via posta elettronica:

“Da: sam412@hac.com
A: raperonzolo@loretavas.com
Oggetto: Mufasaa

Ciao Salvatore
Bella chiacchierata. L’oggetto nn ha niente a che vedere con il mess solo che una che chiama il phon Mufasaa mi fa morire. Complimenti per lo scherzo del filtro. Me lo sarei dovuto aspettare… visualizza messaggio completo

Laetisiha rimase sgomenta. Salvatore. Laetishia Salvatore. Conosceva il suo cognome. Il suo cervello iniziò a produrre una quantità spropositata di domande. Come conosceva il suo cognome? Possibile che avesse scoperto anche il suo nome? Come aveva ottenuto il suo indirizzo elettronico? E il suo numero di telefono?
Desiderava spiegazioni da quel tipo — e le meritava anche!; ma le sue dita rimasero ferme. Avrebbe soprattutto voluto leggere il messaggio per intero per scoprire quanto egli sapesse, ma non si mosse. Sapeva che se avesse risposto o avesse anche solo aperto il messaggio, Sam412 avrebbe ottenuto la sua posizione — perché se ottenere la sua posizione attraverso il suo profilo non era possibile grazie alle sue misure di sicurezza, non dubitava che ‘Sam’ fosse abbastanza sveglio per localizzare il proprio messaggio. E dunque anche lei.
In un primo momento la ragazza pensò di avvertire le autorità competenti, vale a dire la polizia postale. Aveva già afferrato il cellulare e iniziato a digitare il numero quando uno strano sorriso le increspò il volto. Si fermò.
«Tu non fare mai quello che faccio io.» ammonì il display. Poi lo spense e si girò di nuovo verso il computer.

Era brava, molto brava con quell’aggeggio
Sam stesso lo aveva detto.
I giocatori ai loro posti, le carte in tavola e lei ha voglia di giocare.
Se la sarebbe cavata da sola.
Il ragazzo avrebbe trovato pane per i suoi denti.

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