Un hacker color corallo: 3a puntata

Laetisha si buttò sul letto, esausta. No, questa è una bugia. Era di pessimo umore dopo l’incontro di quella sera con Simone. No, è una bugia anche questa. Anche se forse sarebbe dovuta andare così…

Ridacchiò in modo un po’ infantile. No, non era esausta. E non era neanche di cattivo umore, contrariamente a come si sarebbe aspettata. È vero, la cena che aveva concesso a Simone per evitare di uscire di senno non era stata sufficiente per chiarire le cose, anzi… e aveva anche perso uno degli orecchini di corallo della bisnonna. Perché io, ragazza di un paesino sardo perduto tra le montagne, devo tenere alle tradizioni, e per uscire devo mettere i gioielli che la famiglia si tramanda da generazioni., cantinellò con la smorfia di chi ha mangiato troppo zucchero. Si alzò dal letto e aprendo l’armadio si mise davanti allo specchio.

Aveva ancora indosso il suo chiodo di pelle “rosso ferrari”, come le piaceva chiamarlo, sopra il suo vestito rosso scuro dalla gonna a balze e il colletto da camicia e le maniche asimmetriche con i polsini bianchi. Lo aveva cucito lei.

Per quanto si sforzasse di apparire diversa dalle generazioni di piccoli paesani che l’avevano preceduta, non faceva altro che riproporre nei propri modi una copia ora della nonna, ora della madre. La nonna era una perfetta commare, elegante, conservativa, posata, semplice. Cercava di imporle le tradizioni del piccolo paesello dov’era cresciuta — gli orecchini della bisnonna, i capelli lunghi, il sorriso semplice — come aveva fatto con sua madre. La madre di Laetishia era cresciuta circondata dalle tradizioni e costrizioni e regole e convenzioni e chissà-la-gente-che-dice! Tanto che alla fine aveva semplicemente risposto diventando il bastian contrario della cittadina. Skateboard, moto, tatuaggi, una vita anticonvenzionale agli estremi, creando una linea prevedibile e orrendamente scontata ancor più del conformismo spudorato. E il matrimonio — per carità! Un modo di vedere le cose solo per l’effetto che avrebbero avuto sulla nonna che la orripilava. Laetishia era nata quasi per sbaglio, e se la madre l’aveva chiamata così, era solo per dar fastidio alla nonna. Da allora, la sua vita era stato un continuo infastidirsi reciproco tra madre e nonna.

‘Vieni dalla nonna che ti fa la zuppa di fagioli!’

‘Vieni dalla mamma che ti porta al Fast Food!’

‘Vieni da nonna che ti dà la collana della sua trisavola!’

‘Vieni da mamma che ti fa i buchi alle orecchie!’

Laetishia aveva cercato di emularle a turno, poi crescendo si era resa conto di quanto i loro modi la nauseassero. Avevano portato le loro personalità agli estremi, stereotipando in maniera aberrante la ‘donna tradizionale’ e la ‘donna ribelle’. Laetishia non poteva andare a un concerto rock senza sentirsi in colpa per sostenere la madre contro la nonna, né andare a cena in un ristorante elegante senza dar segno di iscriversi nella tradizione della nonna. Ogni sua mossa connotata quasi inconsapevolmente.Aveva cercato a più riprese di distanziarsi da entrambe creando uno stile di vita tutto suo, ma le bastava guardarsi allo specchio per capire che in realtà non faceva che una sintesi dei due pre-esistenti. Originalità zero.

Disgustata dalla sua stessa apparenza, iniziò a sfilarsi le ballerine — ‘senza tacco e poco vistose’ avrebbe gongolato la nonna — mentre scuoteva la testa e i capelli — ‘sciolti e senza trecce da contadina!’ avrebbe puntualizzato la madre — le finivano in faccia, quando il cellulare squillò.

Il suo cuore fece un salto mentre una nuova atmosfera si creava nella stanza. Le note dolci della sua suoneria arrotondarono gli angoli e sfumarono i contorni della stanza, in un’ambientazione da sogno. Senza più curarsi di spogliasi d’altro che della giacca, la ragazza cadde quasi sul letto, il sonno che la avvolgeva come l’abbraccio di un personaggio del sogno che aveva già iniziato. Non era stanca, no. Aveva appena cacciato Simone quando si era messa a cercare l’orecchino, il che non le aveva dato tempo di pensarci su. E aveva appena iniziato a cercare l’orecchino quando qualcun’altro che cadeva a proposito si era offerto di cercarlo al suo posto, il che voleva dire che non aveva fatto alcuno sforzo fisico se non quello di mollare il compito a qualcun’altro.

Una volta trovato — perché lo avrebbe trovato — il cameriere aveva promesso di restituirle il gioiello. Sulla soglia del sonno, Laetishia si accorse di non vedere come, dato che il ragazzo non aveva modo di contattarla. Ma sapeva che si sarebbe inventata qualcosa. Perché, nonostante fosse l’ennesimo riprovevole simbolo di una guerra fredda come il rosso corallo, Laetishia teneva molto a quell’orecchino.

Con un pungolo di colpa al cuore, finalmente chiuse gli occhi.

 

@@@

 

Sam412 si annoiava a morte.

raperonzolo@loretavas.com era troppo furba — dalla telefonata di presentazione una cosa utile aveva capito, Raperonzolo era una donna, giovane, probabilmente una ragazza — per rispondere alla sua e-mail, troppo furba, a quanto pareva, anche solo per aprirla. E se da una parte ciò rendeva le cose più interessanti, dall’altra congelava l’avanzare dell’ottenimento di dati.

Fece scorrere distrattamente le dita sulla tastiera, come chi accarezza i tasti di un pianoforte prima di un concerto. Erano solo le cinque del mattino. Aveva bisogno di un mezzo di comunicazione. Che costume avrebbe messo per la festa di primavera? Doveva pensare a cosa mangiare a pranzo. C’era tempo. Gli serviva qualcosa che proteggesse la localizzazione meglio della mail e che fosse meno personale del telefono. Che costume avrebbe messo per la festa di primavera? Non esistevano mezzi di comunicazione che non fossero suscettibili di mettere in pericolo la privacy e cedere almeno un’informazione. Iniziava ad avere fame. Che costume avrebbe messo per la festa di primavera? Il freddo andava scemando ultimamente. D’altra parte, se la comunicazione implicava informazioni, era perché i due interlocutori erano sensati conoscere già tali informazioni… o altrimenti erano sensati confidare nella sicurezza del network per preservare l’anonimato. Perché non è comunemente previsto che uno dei due sia un hacker. Sbuffò alzandosi di scatto dalla sedia. Si avvicinò alla macchina del caffé e mise in moto. Mentre l’odore di caffé bollente si diffondeva nella cucina, gli tornò in mente una cosa che aveva pensato poco prima. Il pranzo… il ballo di primavera… il costume… il ballo di primavera… l’anonimato! Un voluto anonimato, un anonimato reciprocamente mantenuto e rispettato. Una promessa di mantenuta privacy… all’interno della comunicazione solamente, s’intende. Entusiasta per la sua nuova trovata, Sam412 si mise subito all’opera. Sapeva di poter inviare un solo messaggio, o l’anteprima non sarebbe apparsa. Sapeva che Raperonzolo non avrebbe aperto il messaggio, ma Sam confidava che avrebbe letto l’anteprima, il che significava che avrebbe avuto a disposizione solo poche parole per convincerla.

Quarantadue caratteri per l’esattezza.

 

@@@

 

Laetishia si svegliò con un mezzo sorriso. Aveva lasciato il sonno con l’immagine della faccia del cameriere che le era caduto addosso quando si era reso conto di non aver travolto un tavolo. Soffocò nel cuscino una risata e iniziò ad aprire gli occhi. Un suo lungo sbadiglio fu improvvisamente interrotto da un trillo metallico, trasformandosi in un muggito di protesta. Si alzò per buttarsi un po’ d’acqua in faccia in modo da svegliarsi completamente prima di allungare la mano verso il cellulare. Un messaggio. Un hangout, la chat della casella e-mail. Da… si fermò pietrificata. Sam412. Avrebbe dovuto aspettarselo. Era da troppo tempo che non aveva notizie dell’hacker. Anche se credeva fosse ormai chiaro che non avrebbe letto i messaggi — per quanto la incuriosissero — per non cedere informazioni relative alla sua privacy. Decise di leggere l’anteprima, in ogni caso:

“Prometto. Niente info. Vuoi parlare? Solam… visualizza messaggio completo”.

Laetishia restò qualche istante a fissare i quarantadue caratteri del messaggio che l’anteprima poteva mostrarle. Il suo primo pensiero fu: Eh?

Aveva voglia di parlare? Perché avrebbe dovuto? Eppure… ‘Prometto’, diceva. Prometto cosa?

Si guardò intorno, come per controllare che non ci fosse nessuno testimone della sciocchezza che stava per fare. Vide i vari cuscini sparsi sul suo letto fissarla curiosi, decisi a non perdersi un istante del disastro. Prometto… Scosse la testa e si rigirò verso lo schermo. Ad ogni modo… Aprì la chat. Avrebbe avuto tempo per maledirsi dopo.

Sam: Prometto. Niente info. Vuoi parlare? Solamente parlare. Non userò la chat per ottenere posizione o altri dati… e neanke tu lo farai. Ci stai?

Sam412 è online. Diceva la chat. Laetishia si girò di nuovo verso i cuscini che la guardavano un po’ sprovvisti. Credeva di aver capito cosa intendesse l’hacker. Le proponeva un terreno neutro dove le informazioni si potevano ottenere solo nel modo tradizionale… parlando! Non era sicura dei motivi di Sam, ma dal canto suo era curiosa. Molto curiosa. Di una curiosità al limite della smania. Ci stava?

Sam aveva visto che Laetishia aveva letto il messaggio. Sam412 sta scrivendo. Riferì la chat.

Sam: so ke non è oggettivamente sicuro… ma se anke tu hai voglia di parlare, hai la mia parola d’onore. Per quanto possa valere… Non userò la chat per altro ke per parlare, se tu farai lo stesso. Ci stai?

Ci stava?

Raperonzolo sta scrivendo.

Raperonzolo: Non amo l’uso della K per rimpiazzare il CH.

Sam: allora ke dici?

Laetishia sorrise. Sam aveva già capito, o non avrebbe continuato ad usare la K.

Raperonzolo: Sarò all’antica ma per me una parola d’onore vale molto… anche se è la parola di un hacker.

Sam: come fai a sapere ke lavoro faccio?

Raperonzolo: Se vogliamo parlare di lavoro…

Sam: non hai risposto

Raperonzolo: Prima devi dirmi come sai il mio cognome.

Sam: Salvatore… Premetto ke il tuo anagramma nella mail non è un granké, e poi è bastato creare una pagina simile al portale di accesso al registro elettronico della tua scuola e recuperare i dati che avevi immesso per entrare

Raperonzolo: Una landing page! Controllo sempre tutti i siti prima di accedere nel caso ne contenessero una, ma al sito della scuola veramente non avevo mai pensato!

Sam: nome utente, Salvatore3… significa che ce ne sono altri due a scuola? La password era Crl87n9CG, il tipo da “sicurezza molto alta”… ammetto che in tempi normali potrei aver avuto bisogno di un po’ di tempo per trovarla

Raperonzolo: Ma in tutto il repertorio scolastico sono sempre citata come Salvatore… perciò non conosci il mio nome…

Sam: per ora

Raperonzolo: Dal canto mio, ho fatto delle ricerche.

Sam: ?

Raperonzolo: Per rispondere alla tua domanda sul “lavoro”… Più di dieci banche e ventiquattro personalità importanti solo nell’ultimo anno?

Sam: una cosa va fatta bene o non va fatta affatto

Laetisha aveva già le dita sulla tastiera per rispondere quando il cellulare aprì una nuova finestra.

Chiamata da Mara, riportava lo schermo, fiero di sé. La ragazza non si rese neanche conto di aver cliccato sull’icona verde.

«Leto! La mia piccina!» sussultò quando la sorprese la voce altra parte della comunicazione. Sospirò.

«No, mamma. Leto era una ninfa della mitologia greca. Tu mi hai chiamata Laetishia.»

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